Dic 15 2007
Hitman - L’assassino
Iniziamo con il dire che il videogioco è meglio del film. L’affermazione non è figlia di un paragone diretto, ma da intendersi in questo senso: rispetto alla media dei videogame, la trilogia di Hitman firmata da Eidos Interactive è ben realizzata, divertente, e può offrire alcune ore di piacevole svago al giocatore; indubbiamente sotto la media, qualitativamente parlando, è invece l’Hitman cinematografico del francese Xavier Gens (già regista dell’assurda festa gore Frontière(s), che mette a confronto giovani balordi e neonazisti cannibali). Probabilmente non vale i sette euro e mezzo del biglietto, meglio i tre di un noleggio. Eppure, una previsione di scarso successo potrebbe rivelarsi sbagliata, perché il regista ha avuto il coraggio di alcune scelte che alla fine potrebbero pagare. |
| Iniziamo con il dire che il videogioco è meglio del film. L’affermazione non è figlia di un paragone diretto, ma da intendersi in questo senso: rispetto alla media dei videogame, la trilogia di Hitman firmata da Eidos Interactive è ben realizzata, divertente, e può offrire alcune ore di piacevole svago al giocatore; indubbiamente sotto la media, qualitativamente parlando, è invece l’Hitman cinematografico del francese Xavier Gens (già regista dell’assurda festa gore Frontière(s), che mette a confronto giovani balordi e neonazisti cannibali). Probabilmente non vale i sette euro e mezzo del biglietto, meglio i tre di un noleggio. Eppure, una previsione di scarso successo potrebbe rivelarsi sbagliata, perché il regista ha avuto il coraggio di alcune scelte che alla fine potrebbero pagare. Primo, si è liberato della zavorra di una vera storia e ha fatto “come nei videogiochi”: la trama più che debole è inesistente, solo una scusa per imbastire una serie di assassinii efferati, di duelli all’arma bianca o a colpi di arti marziali, di interminabili sparatorie nel corso delle quali si perde facilmente il conto dei cadaveri rimasti a terra. Meglio così, vista la debolezza delle (rare) scene in cui si tentano di intavolare discorsi più alti.
Secondo, ha ben trasferito nel film il linguaggio del videogame: ecco le sequenze in cui il protagonista, inquadrato di spalle, spara con precisione digitale a nemici che sbucano dal nulla. Inoltre, la scelta di mantenere inalterato l’aspetto del protagonista - calvo e con un codice a barre tatuato sulla nuca bene in evidenza - è vincente dal punto di vista dello stile, nonostante l’ovvia incongruenza narrativa di un assassino che si dovrebbe muovere nell’ombra ed è invece visibile a chilometri di distanza. Terzo, azzeccata le scelte di casting: e bravo - visti anche i limiti del personaggio - il protagonista Timothy Olyplant, già apprezzato capellone nel serial capolavoro della HBO Deadwood; notevoli anche i comprimari, che riescono quasi nell’impresa di far le nozze con i fichi secchi forniti loro dagli sceneggiatori. Riguardo alla violenza: molto “finta”, con (relativamente) poco sangue; ci si aspetta quasi che i corpi dei cattivi svaniscano da un momento all’altro, come accadeva negli sparatutto di qualche generazione fa, lasciando pulito il pavimento. È dunque questo uno di quei prodotti che contribuiscono ad anestetizzare il pubblico occidentale rendendolo insensibile, indifferente alla violenza vera? Indubbiamente sì, e Gens lo fa con gran gusto: dunque, sconsigliato non solo a chi ama il cinema vero, ma anche a chi non capisce la differenza fra un videogioco e un telegiornale. Purtroppo, pare ce ne siano molti in giro. Fonte:delcinema.it |
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