Set 16 2008
Erykah Badu

“Body and soul”, corpo e anima: così si chiama una “ballad” di sconvolgente bellezza, portata al successo, tanti anni fa, anche da Billie Holiday, impossibile da dimenticare.
“body and soul” potrebbe anche essere, molto precisamente, il binomio in grado di caratterizzare al meglio le qualità di una freschissima interprete del panorama musicale americano di questo scorcio di fine millennio: Erykah Badu, nata a Dallas 26 anni fa, sotto il segno dei Pesci.
Uno giorno comincia dunque a osservare il suo corpo - nero, statuario, splendidamente nevrile - e la prima impressione che ne ricava è quella di una forza pressochè indomabile: quasi che la giovanissima Erykah avesse deciso di condensare in esso tutti i secoli di sofferenze e di tormenti (ma anche di lotte orgogliose, di ribellioni mai domate, di fiere rivendicazioni di libertà: di “black is beautiful”, insomma) attraversati dal suo popolo. E il volto che lo sovrasta - un volto di rara bellezza, e di ancor più rara intensità - non fa altro che sottolineare questa intuizione epidermica. Non foss’altro perché, da quella grandissima attrice naturale che è, miss Badu si diletta spesso a incorniciarlo con un turbante di foggia africana, alto un paio di spanne almeno: da Regina Nefertiti del Duemila.
Ma la vera sorpresa arriva quando, dopo un primo esame sommario, ci si avventura all’interno di quel preziosissimo scrigno di tesori nascosti: per scendere a sondare le inviolabili profondità dell’anima. E qui ci si imbatte, innanzi tutto, nella sua voce. Una voce agra e dolce al tempo stesso, duttilissima, ricca di un vibrato assolutamente particolare e di un procedere quasi cantilenante, tutto sbalzi sottilissimi e impercettibili variazioni di timbro. Una voce che alcuni critici americani hanno prontamente paragonato a quella di Diana Ross, e altri, addirittura, a quella di Lady Day in persona: l’inarrivabile Billie Holiday. Una voce, in ogni caso, in cui la passione marcia di pari passo con la libertà, e l’insofferenza per gli schemi codificati con un anelito di ricerca a dir poco formidabile. Come dice Erykah, quasi fosse la cosa più naturale del mondo: “Questi sono i dettami della mia vita: non avere mai barriere, regole e ruoli. E affrontare tutti gli ostacoli che mi si parano davanti per aggirarli e superarli, o magari abbatterli. Ma sempre con l’aiuto del Signore”.
L’enunciazione non rappresenta una novità assoluta. Lo sanno tutti, infatti, che i “soul singers” nero-americani, anche quelli apparentemente più “laici”, da James Brown a Wilson Pickett, si sono sempre considerati alla stregua di altrettanti messaggeri: messaggeri di una volontà superiore, s’intende. Ma nel caso di Erykah l’approccio è profondamente diverso. Il primo album a suo nome - “Baduizm”, pubblicato dalla Universal - era infatti colmo di immagini dal sottile richiamo esoterico: bianche candele fiammeggianti, anelli di provenienza egizia, una croce di Ankh violetta, grande una buona metà del foglio di copertina. E anche quando canta faccende apparentemente spicciole, come per esempio in “On and on”, non tralascia mai di riportare la sua visione della quotidianità a una concezione incomparabilmente più vasta: macrocosmica, oseremmo dire. “Tutti mi chiedono sempre che cosa vogliano dire quei ‘three dollars and six dimes’ di cui parlo nella canzone, ma la risposta è quanto mai semplice”, afferma. “Riportata in centesimi, quella somma è infatti pari a 360. Proprio come i 360 gradi della circonferenza, del tema astrologico natale e della totalità dell’esistenza umana”.
Proprio la profonda consapevolezza della perfetta identità fra il “piccolo” e il “grande” - così in basso come in alto, direbbero gli occultisti - consente a questa giovanissima “coloured” texana di sentirsi parte integrante dell’intera storia del suo popolo. “Da piccola ascoltavo fino allo sfinimento Marvin Gaye e Chaka Khan, Stevie Wonder e Diana Ross, Smokey Robinson e Patti LaBelle”, dichiara, “e so perfettamente che la mia ispirazione deriva direttamente dai miliardi di microscopici atomi di memoria che i miei musicisti preferiti mi hanno instillato nel sangue. Così come so perfettamente che la musica è un processo di rinascita continua, che ha a che fare con l’anima e con il respiro. Sono loro, infatti, gli architetti che ti consentono di edificare una costruzione armoniosamente compiuta sullo ’spazio vuoto’ che chiunque di noi ha a sua disposizione”.
Splendido. Tant’è vero che, ora, gli “architetti” di cui parla miss Badu si sono condensati fino a dar vita a un piccolo capolavoro del “soul” contemporaneo: il “nu soul”, come lo chiamano gli addetti ai lavori. Dove i sentimenti giocano a rimpiattino con l’estasi, il dolore con la gioia, i ricordi del passato con le intuizioni per il futuro, il femminismo arcaico con quello recentissimo, la terra con il cielo. E il corpo con l’anima, appunto.
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